I saperi del tradurre. Analogie, affinità, confronti

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Autores: Clara Montella y Giancarlo Marchesini
Editorial: Franco Angeli – Lingua, traduzione, didattica
Idioma: Italiano
Páginas: 281
ISBN: 9788846484734



Por Chiara Cinzia Casaletto y Roberto Magnani


INTRODUZIONE


Con “saperi del tradurre” a cui rimanda il titolo del libro, si allude alla pluralità dei punti di vista storico, teorico ed applicato con cui si analizza e si affronta la traduzione, la quale, a seconda di come viene utilizzata e studiata, assume una sua funzione peculiare, che richiede competenze specifiche in vari ambiti e campi.
Con il termine traduzione, infatti, non si intende unicamente alla tradizione cartacea del testo a fronte, che si pone l'obiettivo di riprodurre una versione equivalente a un originale percepito come unico e non riproducibile, ma è anche e soprattutto conversione del testo da un codice a un altro per mezzo di tecnologie informatiche e multimediali. Intento del libro è approfondire l'affascinante problematica di questo complesso atto di comunicazione interlinguistico e interculturale che preserva le distinte identità, pur mettendo a confronto e ponendo sullo stesso piano lingue, significati e culture differenti.
Per quanto riguarda invece il sottotitolo, (Analogie, affinità, confronti) si fa riferimento alla volontà degli autori di declinare questi stessi contenuti con l'ausilio di altri studiosi, intellettuali e ricercatori. Il testo infatti, a cura di Clara Montella e Giancarlo Marchesini, e redatto da Franco Angeli, si propone di svolgere questo accurato approfondimento attraverso una divisione in capitoli, scritti da diversi studiosi, il cui contributo risulta indispensabile e sempre attuale all'interno del dibattito riguardo al tema della traduzione.
Entriamo quindi nello specifico del dibattito, andando ad analizzare ciascun capitolo, con le varie posizioni e opinioni degli studiosi coinvolti.


CAPITOLO 1
Le nozioni di significatoe di senso in traductologia tra storia, teorie e applicazioni
Clara Montella

Curato da Clara Montella, il primo capitolo prevalentemente teorico, sebbene contenga comunque collegamenti all'uso della traduzione nella prassi comunicativa interlinguistica, è incentrato sull'analisi della nozione di significato e senso, nonché al rapporto tra le teorie della linguistica e della traduttologia. La prima sezione, dedicata al circolo ermeneutico del significato e della traduzione, comprende ampi riferimenti al pensiero del filosofo Schleiermacher, in primis con la distinzione fondamentale della teoria della traduzione, ossia la differenza tra “traduzione orale o interpretariato” e “traduzione scritta o traduzione vera e propria”. Inoltre si sofferma sulla natura dei significati e del livello di lingue nei testi della comunicazione orale, quelli che oggi possiamo definire della lingua standard, comune o per usi linguistici speciali.
“L'uso stabile delle singole parole” rende la traduzione una prassi scorrevole e sicura, una questione “meccanica”, ma quando il significato si sgancia dalla sua funzione referenziale principale per esprimere la rappresentazione di un altra sfera (scientifica o artistica, per esempio), allora la traduzione vera e propria diventa una prassi ben più complicata. E' qui che entra in gioco il cosiddetto “duplice rapporto del parlante con la lingua”, rapporto che, secondo Schleiermacher, deve essere interpretato correttamente dal traduttore, per poter comprendere il discorso. Occorre una competenza adeguata da parte del traduttore, in quanto la lingua domina chi la usa, tuttavia il parlante domina a sua volta la lingua plasmandola, modificandola, e adeguandola ai suoi intenti espressivi. Perciò il compito del traduttore risulta assai arduo, dal momento che deve interpretare lo spirito della lingua in cui lo scrittore originale si esprime, e allo stesso tempo comprendere e trasmettere in un'altra lingua l'individualità espressiva dello scrittore straniero; di conseguenza, una traduzione che sia in grado di esprimere il duplice rapporto della soggezione/libertà di una specifica lingua storica in un'altra, appare come un'impresa impossibile. Perciò sarà necessario seguire il percorso limitato della parafrasi (in altre parole, la traduzione parola per parola) tuttavia rigettata da Schleiermacher, o del rifacimento, che, a differenza della prima, punta all'imitazione, e risulta più adeguata.
Dopo l'introduzione, la Montella nelle sottosezioni si occupa dell' “opacità” del senso nella fenomenologia della traduzione, e fa riferimento a Coseriu, a proposito dell'accertamento e della giustificazione del senso, ovvero all'attività che nell'ambito della linguistica generale viene chiamata descrizione della lingua, ossia accertare le funzioni linguistiche e giustificarne l'esistenza mostrando una categoria corrispondente sul piano dell'espressione. Dopodiché, affronta il discorso legato alla costituzione del senso e le sue implicazioni nella teoria della traduzione, e al calcolo del senso del testo di partenza e del suo ricalcolo nel testo di arrivo.
La seconda sezione tratta invece di significato e senso come termini nella didattica della traduzione, i cui studiosi concordano sul fatto che il senso sia «l'objet de l'opération de transfert interlinguistique». Oltre ad attribuire una definizione di base, l'autrice riporta delle note di altri studiosi, che fungono da utile ampliamento della stessa nozione di senso, considerato anche come idea intelligibile che si evince da un dato contesto a partire dai significati pertinenti delle parole e degli enunciati ai quali si integrano conoscenze extralinguistiche pertinenti.
Il discorso prosegue poi nella terza sezione, in cui vengono analizzati il significato e il senso nell'uso testuale, in cui il significato assume la sua propria accezione. Viene fatta la distinzione tra significato monoreferenziale, ovvero quello proprio dei testi specialistici, nei quali tendenzialmente ad una parola corrisponde un'unica e sola denotazione o concetto in relazione di biunivocità, e tra significato autoreferenziale. La Montella propone anche degli esempi sull'omissione di alcuni termini tecnici e della mancata equivalenza monoreferenziale nella traduzione da un testo specialistico di partenza in lingua inglese a un testo di arrivo in italiano.
Nel quarto paragrafo viene posta l'attenzione sul senso nel testo a fronte e nell'ipertesto, ossia alle due modalità di ricezione della traduzione del testo letterario in relazione alle due possibilità offerte dall'uso del mezzo diamesico della carta e del digitale.
Quindi nel quinto paragrafo continua trattando di net-speech (il linguaggio del web) e proponendo anche le interpretazioni, in qualche modo meno ortodosse, ma ciononostante innovative, di Antoni Muntadas, artista d'avanguardia della net/art. Muntadas vede nella traduzione la modalità comunicativa per eccellenza nel mondo globalizzato dei mass media e del multimediale, e analizza nelle forme consone all'arte multimediale virtuale la problematica della comunicazione che egli identifica nella traduzione, appunto.
Infine, nella conclusione viene citato nuovamente Schleiermacher. L'identità tra testo originario e testo tradotto per quanto concerne il circolo ermeneutico è diventato un topos della poetica occidentale e della traduttologia attuale. Sempre nell'ambito del problema del significato e del senso nella fenomenologia della traduzione è degna di attenzione l'applicazione alla traduttologia del nuovo orientamento epistemologico della memetica, ossia la scienza dei memi, quando per meme ci riferiamo a unità di pensiero astratte studiate nel loro diffondersi e propagarsi in insiemi che poi costituiscono a livello collettivo dei punti fermi di pensiero, quasi come piccoli mondi di senso. Un resoconto dell'applicabilità della memetica alla traduttologia si può trovare più avanti ne “I Saperi del Tradurre”, nel capitolo a cura di Laura Salmon.


CAPITOLO 2
Teorie della traduzione. Strategie traduttive
Giancarlo Marchesini

Giancarlo Marchesini, che si occupa del secondo capitolo, offre una lettura in chiave semiotica del saggio di Jiří Levy “La traduzione come processo decisionale”. In esso affronta la problematica dell'interazione tra traduzione e traduttologia, e quella dell'interpretazione del testo. Tratta della tipologia di traduzione libera e di traduzione letterale, concludendo che la libertà del traduttore appare giustificata, ma al tempo stesso è limitata e condizionata dal contesto e dal cotesto.
La contrapposizione source oriented vs. target oriented, che è l'argomento principale del primo paragrafo, è annoverata tra i cinque supermemi da Chesterman. Il traduttore non si schiera in modo preliminare, selettivo e alternativo per l'uno o per l'altro modus operandi, come affermano più autori quali Eco e Hewson, e che propende per l'una o l'altra modalità sulla base di considerazioni macrotestuali, operative, comunicative, socioculturali, sociolinguistiche, etc. Ma questa problematica è anche considerata una variante dell'altra problematica, ovvero traduzione letterale vs. traduzione libera.
A questo punto, Marchesini delinea differenti tipi di interpretazioni: quella che lui chiama “sopra le righe”, l'interpretazione come manipolazione testuale, e l'interpretazione come manipolazione concettuale. Con interpretazione “sopra le righe” si fa riferimento al caso in cui il traduttore dice qualcosa in più, aggiunge qualcosa che non c'era o che era parzialmente differente nel testo originale (a tal proposito, propone l'esempio del doppiaggio cinematografico), mentre per quanto concerne l'interpretazione come manipolazione testuale o concettuale, mostra alcune parti di testo in cui l'operazione di traduzione è risultato più complesso per l'impossibilità di ricorrere a una traduzione letterale.
Nel secondo paragrafo appoggia la teoria di Levy, secondo cui il traduttore può servirsi di una serie di istruzioni contenute nel testo per poterlo interpretare. L'Istruzione I (o definitoria) è quella che definisce la classe delle possibili alternative, mentre istruzione II (o selettiva) è quella che regola la scelta (vincolante) fra le alternative.
L'autore del capitolo sottolinea più volte l'analogia tra le istruzioni per interpretare e il gioco degli scacchi, le cui regole possono essere lette come espressione di libertà, o come limitazione. Per questo Levy parla anche di “libertà vigilata” in relazione a ciò. Dopodiché, dedica spazio ai neologismi, ossia delle parole di nuova formazione presenti in una lingua, e alle parole cosiddette Fremdwörter (forestierismi), ovvero termini di derivazione greco-latina, che fanno parte dei lessici specializzati o testimoniano una determinata scelta diastratica, e che comportano una valenza supplementare rispetto a un possibile sinonimo/equivalente di origine germanica.
Marchesini si interroga sulla complessità della problematica dell'interpretazione, se si esaurisca cioè in una serie di alternative definibili, e quindi si domanda come possano esserci “cattive” traduzioni, seppur sostanzialmente corrette, se il testo contiene tutti gli elementi necessari per interpretarlo. Si afferma che al traduttore viene affidato il ruolo di interprete, a cui spetta operare una scelta, e inevitabilmente questa scelta chiama in causa un elemento soggettivo. Le sue decisioni, come vengono catalogate da Levy, possono essere necessarie o non necessarie, motivate o non motivate, in tutte le combinazioni possibili. Tuttavia, il traduttore deve anche prendere in considerazione il target di riferimento, la tipologia di lettore, ovvero il destinatario del testo, l'autocensura e talvolta l'asetticizzazione delle componenti più personali. In altri termini, se è vero che ogni traduzione produce la propria regola, è anche vero che ogni traduttore dà vita a un sistema di alternative che sarà più o meno complesso a seconda della sua formazione, dei suoi interessi e, non ultime, delle sue enciclopedie personali e condivise.
Il capitolo termina con la considerazione che il traduttore sia l'unico che vive dall'interno tutti i processi correlati al circuito emittente – messaggio – destinatario: l'intenzione dell'autore, l'intenzione del testo e l'intenzione del lettore.
CAPITOLO 3
Sulla gestione inconscia del processo traduttivo umano: cosa sappiamo fare senza sapere come
Laura Salmon
Nel terzo capitolo la traduttrice e professoressa Laura Salmon cerca di affrontare un discorso ancor più complesso e quasi insondabile, ossia i processi mentali su cui si basa la traduzione umana. Non vi è solo interesse scientifico da parte della Salmon, bensì anche l'interesse a spianare la strada a nuove prospettive per quanto concerne l'insegnamento della traduzione.
Vi è un tentativo di superare i preconcetti metafisici, alla ricerca di postulati universalmente condivisibili. Nello studio della traduzione, uno dei paradossi più importanti è chiedersi se è corretto delegittimare il concetto stesso di traducibilità, e l'altro è invece mettere in dubbio lo studio “scientifico” della traduzione. L'intento perciò è di dare spiegazioni sempre più esaurienti sui processi traduttivi umani, cercando di superare quell'alone di mistero che tende ad essere presente nell'ambito delle discipline umanistiche, e che sembrerebbe voler garantire all'arte un predominio sulla scienza. Del resto, molti teorici della traduzione e alcuni traduttori tuttora si rifanno ai pregiudizi irrazionalistici, e per altri risulta persino ostico e per nulla condiviso il collegamento della ricerca alla sfera neurolinguistica, in quanto questo andrebbe a “contaminare” una materia prettamente umanistica.
I nuovi postulati, d'altronde, corroborati da imponenti prove empiriche, indicano che tutte le abilità, perciò anche quella traduttiva, sono dovute a una dotazione umana, in altre parole trasmesse geneticamente. Nello specifico, l'abilità traduttiva sarebbe costituita da un ipercomplesso dispositivo mentale per la traduzione, costituito dal famoso LAD, il dispositivo chomskyano per l'acquisizione della lingua naturale, che può funzionare correttamente solo se innescato da opportuni stimoli provenienti dall'ambiente socio-culturale; da un programma di conversione interlinguistica, che produce equivalenze in modo automatico; dall'abilità di passare da un codice linguistico all'altro, mantenendoli separati (il cosiddetto switching).
Una considerazione importante sta nel ritenere che solo perché esistono numerose pessime traduzioni, non significa che non esistano testi completamente traducibili, o abili traduttori, bensì che è raro e assai difficile raggiungere un'alta professionalità traduttiva, e quindi elaborare traduzioni “geniali”, ma non per questo impossibile. Con “geniale” si intende qualcosa che differisce dal “normale”, sebbene i due concetti siano correlati tra loro, e dipendano da fattori contingenti (quali tempo e luogo), e la genialità non coincide con la professionalità, la quale invece è una “normale” manifestazione di abilità e di competenze opportunamente addestrate e rinforzate secondo le regole di un mestiere. A ciò si collega anche il discorso sul talento, il quale cresce tanto più, quanto più l'esposizione agli stimoli risulta frequente e continuata.
La maggior parte delle azioni umane, soprattutto le più complicate, si avvale di processi “inconsci”, non consapevoli, anche detti “impliciti”, mentre quelli espliciti costituiscono solo una percentuale minore, e lo stesso vale per le facoltà traduttive. Come nelle altre professioni, un dilettante può affidarsi solo al pensiero cosciente (o esplicito): è solo il passaggio ad una fase di automatismo che porta un traduttore a diventare un esperto, trasformando quindi l'esperienza in capacità di agire con la massima rapidità. Per questo è necessario porre l'ispirazione in un'ottica neuroscientifica.
Nell'analisi di dati empirici e sperimentali, Salmon fa riferimento anche a casi clinici, che attestano l'esistenza di sindromi di traduzione compulsiva o involontaria: pazienti bilingui, affetti da danni cerebrali, producono traduzioni efficienti e altamente funzionali, ma in modo del tutto inconsapevole, e talvolta senza comprendere quello viene chiesto loro di tradurre.
In seguito si occupa di automatismo inconscio, che consente al cervello umano in pochi millisecondi di effettuare una quantità di operazioni, e di didattica della traduzione. A questo proposito, afferma che secondo Steven Rose i ricordi della memoria procedurale, diversamente da quelli dichiarativi, vengono dimenticati in modo diverso. Anche la memoria funziona meglio se esercitata costantemente, ma memorie diverse (come quella semantica o quella procedurale) vanno esercitate in modo diverso. Una delle finalità fondamentali della didattica della traduzione è poi il graduale rinforzo qualitativo degli alberi concettuali, che costituiscono il dizionario interno e delle reti che connettono alla banca dati enciclopedici dello studente.
In conclusione, l'esercizio traduttivo è un ottimo sistema per sviluppare tutte le abilità linguistiche automatiche e le corrispondenze pragmatico-funzionali. Tuttavia, il modello di insegnamento basato su tipologie stereotipiche, sull'utilizzo dei manuali e dei vocabolari, per quanto possa essere rivisto e ammodernato, non solo produce negli studenti prestazioni linguistiche lente e poco efficaci, ma le ostacola. Ciò che viene proposto è, dunque, un sovvertimento nella concezione della glottodidattica il cui obiettivo è l'addestramento dei traduttori: adeguare la didattica al funzionamento del cervello e non viceversa.
CAPITOLO 4
Dagli universali traduttivi all’italiano delle traduzioni
Erika Salsnik
In questo capitolo Erika Salsnik si sofferma sui risultati di una ricerca condotta all’École de Traduction et d’Interprétation dell’Università di Ginevra. In maniera particolare, l’autrice si concentra sugli “universali traduttivi”, ossia sull’analisi e la descrizione delle diverse caratteristiche delle traduzioni e delle possibili incongruenze che sorgono tra il testo originale e la traduzione finale.
Il contributo offerto dall’autrice parte da un excursus sui concetti e le teorie sviluppatesi nel campo della traduttologia a partire dagli anni ’50 e ’60 del Novecento. Affronta, così, i concetti di equivalenza e significato linguistico, per poi citare la teoria di polisistema di Even-Zohar, secondo la quale la letteratura rappresenta un sistema complesso e dinamico al quale appartengono anche i testi tradotti.
Inoltre, viene presa in considerazione la cosiddetta legge dell’interferenza, così definita da Toury, secondo la quale il testo tradotto tende sempre a calcare la struttura del testo fonte al di là dell’esperienza del traduttore e delle varie condizioni socioculturali legate al livello di tolleranza della lingua di arrivo.
Già a partire dagli anni ’70 è stato dimostrato come nelle traduzioni vi possano essere strutture non riconducibili a nessuno dei due sistemi linguistici, ma dipendenti dalla natura del processo traduttivo (Even-Zohar, Frawley) o che presentino delle caratteristiche peculiari, quali l’esplicitazione, la semplificazione e la normalizzazione.
Sulla base di tali premesse, Erika Salsnik si affiderà alla definizione di universali traduttivi offerta da Baker: “features which typically occur in translated text rather than original utterances and which are not the result of interference from specific linguistic items”.
L’esplicitazione
La studiosa Blum-Kulka è stata la prima a considerare l’esplicitazione una caratteristica peculiare dei testi tradotti. Tale caratteristica permette al traduttore di utilizzare una quantità maggiore di elementi coesivi e grammaticali nel testo tradotto rispetto al testo originale sulla base di due ipotesi: la stylistic preference hypothesis, che considera l’esplicitazione come il risultato di due sistemi linguistici completamente diversi e la explicitation hypothesis sopra citata (Blum-Kulka).
La semplificazione
Per quanto riguarda la semplificazione lessicale, Blum-Kulka e Levenston identificano ben cinque principi generali secondo cui la stessa opera: l’uso di iperonimi, approssimazioni di concetti espressi nella lingua fonte, l’impiego di sinonimi del registro colloquiale, l’uso di parafrasi o circonlocuzioni e il trasferimento delle funzioni linguistiche, come ad esempio il registro, da una lingua all’altra.
La normalizzazione
Attraverso la normalizzazione, il traduttore rende conformi alle caratteristiche testuali tipiche della lingua di arrivo le espressioni e gli elementi non comuni del testo fonte. La studiosa Kenny (1998) ha parlato di sanitisation, ossia la possibilità, da parte del traduttore, di fornire una versione più “pulita” del testo tradotto. Toury, inoltre, parla di una legge della standardizzazione crescente secondo la quale il traduttore può sostituire le particolarità testuali di un testo fonte (textemes) con elementi codificati della lingua di arrivo (repertoremes).
Dopo aver analizzato gli universali traduttivi, l’autrice ci offre una breve descrizione della lingua italiana nelle traduzioni e si sofferma, in maniera particolare, sull’analisi di un corpus di publiredazionali tradotti in italiano e pubblicati in varie riviste che hanno permesso di mettere in evidenza tre tipi di interferenza: una tra testo fonte e testo di arrivo, una tra sistema linguistico fonte e testo di arrivo e una dovuta al comportamento del traduttore. L’autrice conclude il suo contributo sottolineando come, attraverso un’analisi contrastiva, la traduzione della lingua italiana risulti migliore nell’ambito della fiction scritta o televisiva.
CAPITOLO 5


Riflessioni glottodidattiche sulla traduzione delle microlingue
Patrizia Mazzotta
In questa sezione Patrizia Mazzotta ci offre alcune riflessioni sui modelli e le metodologie di apprendimento linguistico e di capacità di traduzione nell’ambito della glottodidattica. In primo luogo, l’autrice presenta la pratica del tradurre come una trasposizione di un’unità-messaggio in lingua di partenza in un’unità-messaggio in lingua di arrivo. La traduzione deve essere interpretata e, nell’ambito della pratica di traduzione in aula, commentata e corretta da parte del docente.
Per interpretare, dunque, un testo lo studente deve possedere delle conoscenze microlinguistiche consolidate dall’apprendimento della terminologia e delle varie categorie grammaticali di un determinato sistema linguistico. Alla padronanza microlinguistica non corrisponde, di sicuro, la conoscenza dell’argomento trattato. E’ compito anche del docente stimolare il ragionamento inferenziale che possa accrescere il livello cognitivo dell’alunno.
Al momento della traduzione si attiva un “processo decisionale” (Levý 1995) che consiste nella risoluzione dei problemi traduttivi, nella riformulazione del testo di partenza e nella pianificazione del testo di arrivo. Lo studente dovrà essere capace, in base alle proprie conoscenze microlinguistiche, di distinguere la tipologia di testo che deve tradurre e dovrà mettere in evidenza, attraverso l’analisi che effettuerà in una sola lingua, le differenze che possono sussistere tra i due sistemi linguistici, prendendo in considerazione le diverse convenzioni testuali e culturali della lingua con la quale tradurrà.
E’ importante, ai fini di una buona traduzione endolinguistica, che lo studente possegga un buon livello di competenza delle strategie metacognitive, fondamentali per l’atto di trasformazione di un testo.
L’autrice, inoltre, conclude considerando la traduzione uno straordinario strumento di riflessione metalinguistica che favorisce lo sviluppo del “saper fare” con la lingua e permette allo studente di venire a conoscenza della dimensione cognitiva, culturale e pragmatica della lingua straniera.

CAPITOLO 6

La traduzione nella storia della glottodidattica
Enrico Borello
La traduzione al tempo dei Romani era semplicemente un esercizio di retorica finalizzato alla comprensione della lettura in lingua latina. La traduzione nacque solo nelle comunità greche dell’Impero Romano del III secolo per ragioni politiche e amministrative.
Solamente nel XII secolo a Toledo l’arcivescovo Raimondo istituì un collegio per lavorare su testi arabi e versioni di testi arabi in greco per giungere, poi, alla traduzione anche di originali greci, come avveniva a Siviglia nella scuola di traduttori di Alfonso X.
Sino al Rinascimento la lingua d’Europa era il latino; in seguito, si diffuse nei vari paesi lo studio delle lingue, soprattutto tra le famiglie nobili, e la traduzione venne messa al centro di polemiche da parte di numerosi studiosi. Da una traduzione del testo a fronte teorizzata da Bath e Comenio si passerà nel 1700 a una traduzione interlineare affinché chi praticava la traduzione potesse cogliere le sottigliezze della lingua.
Dopo un excursus sulla diffusione della glottodidattica e della traduzione in Europa nel corso del XVIII secolo, Borello si sofferma anche sull’analisi dei metodi di insegnamento delle lingue del periodo, da quello “naturale” (capire e parlare) di Ticknor a quello di Claude Marcel basato sulla maturità degli allievi e sull’importanza della lettura.
Alla fine del XIX secolo, Maximilian Berlitz aprì numerose scuole di lingua in America e Europa e diede vita ad un altro metodo che aveva come scopo quello di fornire strumenti per la comunicazione orale, come un vocabolario insegnato tramite oggetti e parole astratte apprese per associazioni di idee (pensare solo nella lingua straniera).
Borrello procede con l’analisi delle teorie dei fonetisti del primo Novecento, da Sweet che critica fortemente il metodo “grammatica-traduzione”, a Jespersen che elogia lo studio di una lingua “viva” che deve avvenire tramite il contatto diretto con essa, per poi concludere con Palmer e il suo “multiple line of approach”.
L’autore ci offre anche una descrizione sull’evoluzione della traduzione a partire dagli anni ’40 del Novecento e, in particolare, si sofferma sull’analisi di strutturalisti come Robert Lado che definisce la traduzione come un’abilità speciale diversa dalle pratiche del parlare, leggere e capire. Inoltre, dopo un’analisi sulle categorie dei relazioni tra parole di due diverse lingue proposta da Lado, Borello presenta tre tipi di traduzione già analizzati da Jakobson: endolinguistica (riformulazione di segni linguistici tramite altri segni della stessa lingua), interlinguistica (interpretazione di segni linguistici attraverso una lingua diversa) e intersemiotica (interpretazione di segni linguistici tramite segni non linguistici).
Il contributo offerto da Borello si conclude con un’analisi sulle scale e i parametri di valutazione riguardo le abilità traduttive offerti da Brendan Carroll. Molte volte le abilità hanno rilievo diverso e il problema del traduttore si presenta nella comprensione e riproduzione dell’impostazione logica e argomentativa del testo da tradurre. Si consiglia, quindi, una tassonomia dettagliata per identificare l’errore.


CAPITOLO 7


Localizzazione: Il ruolo e il saperi della traduzione
Johanna Monti
Johanna Monti analizza uno dei processi più importanti legati alla globalizzazione dei mercati: la localizzazione. Tale processo è capace di rendere un prodotto linguisticamente e culturalmente adeguato al mercato di destinazione dove lo stesso sarà usato o venduto. Nel corso degli anni, l’utilizzo di Internet ha influito molto sullo sviluppo della localizzazione e sull’adattamento e la traduzione di un prodotto di tipo informatico (sito Web, software, hardware). Il ruolo della traduzione all’interno del processo di localizzazione appare complesso, pertanto il localizzatore, oltre a possedere le abilità tipiche di un traduttore specializzato, ha bisogno anche di acquisire competenze sugli aspetti informatici e sulla natura della localizzazione.
Molte volte la nozione di localizzazione si accompagna ai termini di globalizzazione e internazionalizzazione sempre per indicare il trasferimento di un prodotto progettato per un mercato definito, verso altri mercati di nazioni e culture diverse. In realtà, mentre l’internazionalizzazione rappresenta un processo di adattamento di un prodotto in vista di un potenziale utilizzo sui mercati, la localizzazione è il processo di adattamento di un prodotto in funzione di un concreto utilizzo da parte di utenti che appartengono a specifici mercati di destinazione.
Negli anni ’90 il processo di localizzazione diventa cruciale all’interno delle aziende per l’affermazione del prodotto sul mercato internazionale. Nel 1990 nasce l’industria della localizzazione Localisation Industry Standard Association (LISA), una delle più importanti nel settore. Dal 2000 il numero di industrie di localizzazione ha un forte impulso e si diffonde sempre più la localizzazione di siti Web che impone un modello differente rispetto alla localizzazione di applicazioni hardware e software. Si tratta, infatti, di una traduzione che si riappropria non solo della sua natura linguistica ma anche di quella culturale orientata ad uno scopo comunicativo.
Il contributo della Monti termina con una riflessione sul ruolo della traduzione nel processo di localizzazione all’interno di un’ottica industriale che fa riferimento a elementi, quali la competitività, l’innovazione dei processi e dei profili professionali e l’uso di tecnologie avanzate e sulle competenze che il localizzatore deve possedere per sviluppare il suo profilo professionale che si distingue da quello del traduttore tecnico per abilità informatiche e gestionali richieste dal mercato e dal processo stesso.
CAPITOLO 8
Les outils d’aide à la traduction : ennemis ou alliés du traducteur
Véronique Sauron

L'autrice Véronique Sauron, in questo capitolo, presenta una riflessione sull'utilizzo dei programmi e dei sistemi informatici adottati dal traduttore come supporto della traduzione. La traduzione automatica viene considerata come la tecnologia più controversa e, a prima vista, tali sistemi appaiono incapaci di rendere le sottigliezze del testo fonte (source text) e di rendere comprensibile al lettore straniero il suo vero significato. Tuttavia alla fine degli anni '50 si è dato inizio a nuove ricerche e sviluppi, sia in Europa che oltreoceano, che hanno contribuito a favorirne la sua diffusione. Inoltre, a partire degli anni '70, si è dato luogo a un rinnovamento degli strumenti informatici, in particolar modo con l'avvento di Internet. Da quel momento, il Web è divenuto sempre più quindi un essenziale mezzo di comunicazione e di ricerca, fondamentale per il traduttore, e perciò un veicolo privilegiato di sviluppo della traduzione automatica. Il processo naturalmente non è stato immediato, ma graduale e complesso; tuttavia, con l'arrivo degli anni '90, la creazione di nuovi sistemi di memoria di traduzione non ha cessato di evolversi, tanto da includere nuove funzionalità e farle divenire delle vere e proprie piattaforme di ricezione e archivio documenti. Ogni volta che il traduttore si trova a tradurre parti dal testo fonte, il tutto viene registrato nei sistemi di memoria di traduzione, tra cui i più noti sono: Trados/SDLX™, Déjà Vu™, Metatexis™, Across™ e Wordfast™.
È anche evidente che laddove si traduca una grande quantità di documenti o testi particolarmente lunghi, il ricorso agli strumenti di traduzione automatica risulterebbe appropriato e conveniente, in termini di tempo impiegato. Ma d'altro canto, per i traduttori della “vecchia generazione”, abituati a una modalità di traduzione di tipo manuale, che non prevede l'ausilio di strumenti telematici, può rappresentare un ostacolo, in quanto, pur essendo esperti, non possiedono le adeguate competenze e abilità per usufruirne in modo appropriato e costruttivo. Da questo l'autrice, in conclusione, sembra porsi l'interrogativo sulla reale utilità di tali strumenti.
CAPITOLO 9
Traduction littéraire et langues vernaculaires : L’écosse, pour une éthique de la différence
Olivier Demissy Cazeilles
L'intero capitolo si concentra sull'analisi della traduzione letteraria e sull'evoluzione delle lingue vernacolari. L'autore si pone fin da subito un interrogativo: “Esiste un mezzo di traduzione di testi nei quali i personaggi siano bilingue e biculturali?” Per rispondere a tale quesito, l'autore si affida allo studio del caso della traduzione letteraria scozzese da parte di traduttori francofoni e inglesi.
Dopo un'attenta riflessione sulle differenti opere scritte nel corso dei secoli dai vari autori scozzesi e delle relative traduzioni, Cazeilles propone come soluzione un'analisi della condizione socio-culturale dei personaggi presenti all'interno dei romanzi e sul livello d'istruzione degli stessi. La traduzione delle lingue vernacolari in generale, e della lingua scozzese consta di tre passaggi: a) il riconoscimento dei dialetti in questione (definizione precisa dell'origine del dialetto; b) resa adeguata del testo d'arrivo; c) l'inserimento di tipiche espressioni orali all'interno del testo (definizione di una strategia di traduzione).
L'autore, quindi, conclude proponendo come soluzione ultima la possibilità da parte dei traduttori francofoni e inglesi di inserire all'interno delle proprie traduzioni espressioni tipiche della lingua scozzese, che identificano la condizione sociale di tutti i personaggi presenti all'interno della narrazione. La traduzione di un romanzo scozzese, pertanto, coglie le caratteristiche e gli aspetti peculiari di una cultura polimorfa, d'altro canto la traduzione è cultura.
CAPITOLO 10
Il compito del traduttore secondo Borges
Antonella de Laurentiis
Nel penultimo capitolo Antonella de Laurentiis prende in considerazione la peculiare, e stimolante posizione di Borges circa la traduzione. E' vero che non ha mai formulato esplicitamente una propria teoria della traduzione, tuttavia in molti punti la sua opera e le problematiche sulla traduzione sono trattate in modo obliquo, dando vita a testi densi, talvolta contraddittori o paradossali. Nel saggio “Las dos maneras de traducir” (I due modi del tradurre) egli intende spostare i termini della questione dall'opposizione dialettica tra originale e testo tradotto – che implica i concetti di fedeltà e tradimento – ad un problema di stile incentrato sui concetti di letteralità e perifrasi, di cui il primo corrisponde alla mentalità romantica, e il secondo a quella classica. Comunque, appare che l'analisi di Borges sembra riprendere da dove aveva lasciato pochi anni prima Walter Benjamin, e il suo approccio peculiare alla traduzione risulta pragmatico.
Nei saggi successivi Borges sembra prendere una posizione più netta, sul dibattito riguardante la necessità di una traduzione di essere fedele al testo o allo spirito dell'originale, e provocatoriamente il suo punto di vista è: “Tutte o nessuna”. Questo tema viene ripreso in “Los traductores de las 1001 noches”.
Il capitolo “La Babele del linguaggio”, si tratta ancora del pensiero di Borges, che intende suggerire che la prossimità delle cose e degli esseri non dipende dalle priorità e dalla natura degli stessi, ma da qualcosa di immanente al discorso che permette alcuni accostamenti negandone altri. Borges racconta, in uno dei suoi racconti più noti, “La Biblioteca de Babel”, di una lingua priva di strutture e nella quale l'unico principio operante è una combinazione di ventuno simboli. In questa biblioteca vigono però due regole: in essa si trovano tutte le permutazioni dei ventuno simboli, e non vi è posto per due libri identici. L'idea leibniziana di un mondo la cui unità è garantita dall'accordo armonico di una pluralità di soggetti cede il passo infine al caos, al disordine. Questo perché se la totalità dei possibili discorsi sul mondo è già data, come pura virtualità, è compito dei singoli soggetti attualizzarne la potenza. Il problema, perciò, non consta solo nel fatto che esistono infiniti modi per esprimere un determinato stato di cose, ma piuttosto nel fatto che identiche sequenze possono esprimere infiniti mondi diversi.
Dal punto di vista puramente filosofico, Borges dimostra una profonda affinità con tutto quel filone speculativo che da Leibniz e Spinoza, attraverso Schopenhauer e Nietzsche arriva fino al suo contemporaneo Heidegger. In sintesi, è portato a rifiutare l'idea di una realtà rispetto alla quale il linguaggio si pone in funzione ermeneutica. Egli racconta un mondo, un luogo in cui l'opposizione vero/falso cede il passo al binomio attuale/virtuale, e in cui non c'è più nulla da rappresentare, solo da esprimere.
Sul piano ontologico, invece, la sua posizione è netta e precisa: nessuna dialettica tra essere e non essere. Semplicemente, le cose appaiono e scompaiono. Ma tutto ciò non ha a che vedere con la mancanza dell'essere, anzi, la scomparsa della cosa non è altro che un ripiegamento nei territori del possibile. Nella poetica di Borges non c'è spazio per teorie totalizzanti. Tutto è transitorio e nulla è permanente. Non esistono testi definitivi, “ma soltanto abbozzi”.


CAPITOLO11
Perduto nella traduzione
Mauro Ferraresi

“La traduzione è di moda.” Così Mauro Ferraresi inizia il suo contributo sull'analisi dell'evoluzione della traduzione nel corso degli anni. L'autore è consapevole che il CAT, Computer Aided Translation, non possa sostituirsi al traduttore, poiché una traduzione automatica deve essere rivista, curata e limata dal traduttore umano. L'avvento dei Translation Studies ha apportato delle novità al dibattito teorico, compiendo un vero e proprio passo in avanti. Oggigiorno non ci si basa più sulla linguistica e sulla traduttologia classica, ma anche su una serie di nuove discipline, come la semiotica, la sociolinguistica, la sociologia, l'etnografia etc. Ferraresi dedica un paragrafo poi agli errori che possono essere commessi nel momento della pratica traduttiva, e per esemplificarla fa riferimento ad alcune scene tratte dal film “Lost in Translation”, di Sofia Coppola. In particolare, l'autore sottolinea la differenza che intercorre tra la fonologia e la fonetica, dal momento che la prima studia i fenomeni fisici per quanto riguarda la loro funzione, mentre la seconda studia i suoni linguistici considerandone solo gli aspetti fisici. Nel capitolo si richiama anche al pensiero di Eco, riguardo alla funzione del traduttore e della possibilità di quest'ultimo di “tradire” per ragioni strutturali e culturali nella lingua di arrivo, creando così delle sfumature che possono reggere il confronto.

Inoltre, l'autore dà spazio a una digressione sulla semiotica, nella quale riprende la descrizione dei diversi tipi di traduzione (già citati nei precedenti capitoli) individuabili nel saggio “Aspetti linguistici della traduzione” (1959) a cura di Jakobson. Di nuovo analizza il processo di traduzione anche in un contesto socio-culturale, rifacendosi ad autori come Pierce, Eco e ancora una volta Jakobson.

Infine, conclude il suo contributo offrendo una definizione di traduzione partecipata, secondo la quale è impossibile fingere che l'operazione di traduzione sia neutra, del tutto trasparente o che sia completa, e che non compaia invece un ruolo manipolatore del traduttore nell'elaborazione del testo, in quanto il traduttore non può essere super partes. Il suo scopo principale è quello di esplicitarsi e intervenire direttamente laddove si presenti l'ostacolo della distanza culturale. Spetta pertanto al lettore attraverso le proprie coordinate culturali e esigenze ricettive, riuscire a cogliere il senso di un testo tradotto appartenente a una cultura diversa.